lunedì 21 novembre 2011

Una scoperta conferma i paradossi della fisica quantistica Ci sono infinite realtà

Una scoperta conferma i paradossi della fisica quantistica

Ci sono infinite realtà


La funzione d’onda, concetto alla base della meccanica quantistica, non è solo un modello matematico astratto ma una realtà tangibile. La scoperta aprirebbe prospettive capaci di rivoluzionare il concetto stesso di realtà, solo una delle infinite possibili.
Infinite realtà? Una scoperta conferma i paradossi della fisica quantistica.
Immaginate di stare seduti al tavolo da gioco per una partita di poker. Vi vengono date le carte. Per quanto forte sia il vostro desiderio di trovarvi una buona mano, non saprete che carte sono finché non le girate. Immaginate ora che, con quel semplice gesto, la realtà cambi, prendendo diverse direzioni: in una vi troverete in mano delle carte buone per una scala, in un’altra potrete fare una doppia coppia o un tris, in un’altra ancora – molto fortunata – un bel poker. In molte altre, vi troverete solo delle carte inutili. Nulla di tutto questo accade davvero, secondo la nostra esperienza. Eppure questa “scissione” della realtà sembra avvenire a una scala infinitamente piccola, quella regolata dalle leggi della fisica quantistica, ed è un fenomeno con i quali gli scienziati fanno i conti da oltre sessant’anni.

Quanto è reale una funzione d’onda

Tutti coloro che hanno studiato un po’ di chimica ricorderanno, ad esempio, il modello dell’atomo con il suo nucleo e i suoi elettroni che gli girano intorno, simili a pianeti intorno al Sole. La fisica quantistica ha rivoluzionato, a suo tempo, questo modello (che pure continuiamo a studiare a scuola): gli elettroni non sono qui o lì, ma un po’ dappertutto, sparsi intorno al nucleo. Eppure, dirà qualcuno, se io voglio trovare un elettrone, dovrò pur sapere dove si trova. Quello che sappiamo è solo la probabilità di trovare un elettrone in un punto specifico, esattamente come la probabilità di avere in mano certe carte al tavolo da gioco. Solo che, secondo la fisica quantistica, possiamo scegliere noi le carte da avere in mano: quando lo scienziato effettua l’osservazione per scoprire dove si trova esattamente l’elettrone, l’elettrone “magicamente” compare in quel punto esatto. Gli scienziati dicono che la sua funzione d’onda è collassata, ossia che la sua localizzazione nello spazio, invece di essere “spalmata” per tutta l’orbita intorno al nucleo, si è stabilizzata in un punto specifico.

Werner Heisenberg durante una lezione universitaria.
Fino a oggi, la funzione d’onda era considerata una mera funzione matematica, capace di dirci la probabilità di trovare un elettrone in quel punto specifico. Un escamotage statistico e niente di più. Ora, una ricerca che sta scuotendo il mondo della fisica ha dimostrato che la funzione d’onda è qualcosa di reale e tangibile: l’elettrone esiste davvero in un’infinita di punti lungo la sua orbita, come tante infinite realtà diverse, che vengono ridotte a un’unica realtà solo quando l’osservatore porta l’elettrone a collassare in quel punto esatto.

Paradossi incredibili



La fisica quantistica ha abituato gli scienziati a questi paradossi. Ad alcuni non è mai piaciuta: sì sa per esempio che non piaceva ad Albert Einstein, che amava immaginare una realtà determinata, definita, certa. Ma anch’egli dovette tardivamente arrendersi all’evidenza: se il mondo macroscopico che viviamo e sperimentiamo sembra in effetti dominato da leggi inderogabili che lo rendono solidamente reale, il mondo microscopico sembra avvolto nella nebbia fitta dell’indeterminazione. Non a caso, uno dei padri della fisica quantistica, Werner Heisenberg, aveva definito “principio di indeterminazione” uno degli assunti di base di questa teoria. Nella sua versione stringente, tale principio sostiene che non è possibile determinare con esattezza il moto e insieme la posizione di una particella. Ciò in quanto il semplice atto di osservare una particella quantistica la modifica e ne cambia le proprietà.

Perché ciò non avviene nel mondo che conosciamo? Perché, se osserviamo un vaso di fiori, non riusciamo a modificarlo, o se speriamo di trovare un portafogli per strada non lo troviamo, per quanto ardentemente possiamo sperare di imbatterci in una tale singolare fortuna? Perché le leggi della fisica quantistica perdono di valore superata una certa dimensione: i teorici lo chiamano “problema della decoerenza”, e in sostanza altro non è che la constatazione che i sistemi macroscopici che sperimentiamo quotidianamente non seguono le stesse regole dei sistemi microscopici, quelli cioè alla scala atomica o meglio ancora sub-atomica.

Nonostante le sue tante bizzarrie, la fisica quantistica è una teoria accettata e comprovata dalle sperimentazioni tanto quanto quella della relatività. Non solo: è applicata quotidianamente in tanti ambiti scientifici e tecnologici e ha prodotto un gran numero di ritrovati importanti per l’industria. Eppure, le sue fondamenta filosofiche restano fonte di profonda perplessità. La scoperta annunciata un paio di giorni fa da un gruppo di fisici teorici dell’Imperial College di Londra promette di riaprire un dibattito iniziato negli anni ’20 e non ancora concluso. Il gruppo, guidato da Matthew Pusey, invita alla cautela, ricordando che la ricerca è attualmente al vaglio dei referee di una prestigiosa rivista, che debbono ancora decidere se accettarlo o meno. Ma tutti coloro che hanno potuto leggere la relazione on-line ne sono rimasti affascinati. Si tratta infatti di un teorema, che attraverso una matematica stringente e – sostengono gli esperti – apparentemente perfetta, spiega che la funzione d’onda non può essere considerata un mero strumento statistico, un escamotage matematico che usiamo per spiegare la probabilità che una particella possieda determinate proprietà. No, la funzione d’onda è una realtà tangibile.





Un'efficace rappresentazione schematica del paradosso di Schrodinger. Per capire quali sono le implicazioni di quella che sembrerebbe una scoperta a uso e consumo dei ristretti circoli matematici, basta ricordare il paradosso di Schrödinger. Per chi non lo conoscesse, la storiella è semplice: un gatto è chiuso dentro una scatola, in compagnia di una fiala di veleno collegata a un martelletto, il quale a sua volta è collegato a un contatore geiger che misura il decadimento di un atomo radioattivo. Se l’atomo radioattivo decade, il contatore geiger lo scopre e invia un segnale al martelletto il quale rompe la fiala di veleno che ucciderà il gatto. Se l’atomo non decade, il gatto sarà vivo e vegeto. Se applichiamo le leggi della fisica quantistica a questo scenario, in teoria finché un osservatore esterno non apre la scatola, il gatto sarà contemporaneamente vivo e morto. Questo perché l’atomo radioattivo resterà in uno stato indeterminato, descritto appunto dalla funzione d’onda, che collassa solo allorquando l’osservatore effettua l’osservazione. Possibile che, all’interno di quella scatola, il gatto sia contemporaneamente vivo e morto? No, per questo lo chiamiamo “paradosso”. E per questo la fisica quantistica non si applica al mondo macroscopico. Ma se prendete questo esempio e lo applicate a una scala sub-atomica, potete stare certi che le cose andranno proprio come le aveva descritte Schrödinger, un altro dei maestri della fisica quantistica.

I molti mondi di Everett



Il paradosso veniva risolto, fino a ieri, sostenendo che la funzione d’onda è una questione di sola matematica: non è vero, non può essere, che allo stesso tempo un atomo sia decaduto e sia rimasto integro. Il gruppo di Pusey non la pensa alla stessa maniera: secondo loro, l’atomo è davvero, al tempo stesso, vivo e morto. E la sua esistenza dipende dall’osservatore. La grande rivoluzione della fisica quantistica sta tutta in quest’ultima frase: se il mondo sub-atomico vive in una realtà indeterminata finché non c’è un osservatore esterno che la fa collassare in uno stato determinato, allora – volando (ma nemmeno tanto) con la fantasia – potremmo sostenere che l’intero universo vivrebbe in uno stato di indeterminazione quantistica se non ci fossero osservatori intelligenti che lo osservano. Il che, detto in maniera più rude, vuol dire che, se non ci fossimo, l’universo non sarebbe quello che è. I filosofi si divertono molto con queste domande che imbarazzano tremendamente i fisici, e rappresentano questi paradossi con un esempio: “Che rumore fa un albero che cade nella foresta, se non c’è nessuno in ascolto?”. 




Hugh Everett III, autore dell'interpretazione "a molti mondi" della meccanica quantistica. Nel 1957 i fisici Hugh Everett e Bryce DeWitt proposero un’interpretazione della fisica quantistica nota come “interpretazione a molti mondi” e, in seguito, come “interpretazione di Everett-DeWitt”. In pratica, la realtà non è indeterminata: coesistono su uno stesso piano infinite realtà. Quando pescate le carte, la realtà si divide: in uno di questi mondi, voi vincete un bel po’ di soldi (se state giocando al casinò!) perché avete preso una mano fortunata, in tanti altri mondi ve ne tornate a casa a mani vuote. Il film Sliding Doors applicava, senza volerlo, questa teoria: ogni scelta che compiamo creerebbe dei bivi, altre linee della realtà che non vediamo, ma nelle quali altri noi stessi hanno compiuto scelte diverse. Infiniti mondi in infinite realtà diverse. Non c’è da stupirsi se l’interpretazione di Everett-DeWitt abbia fatto sognare tanta gente ma sia stata anche accolta con scetticismo dai teorici, per quanto non contrasti con le leggi fisiche attualmente note. Ora, la scoperta del gruppo di Pusey potrebbe essere una conferma dell’interpretazione di Everett-DeWitt. Se i bookmakers inglesi accettassero scommesse sulla giusta interpretazione da dare alla fisica quantistica (una disputa che divide i fisici dagli anni ’20), potete stare certi che in molti in questo momento starebbero puntando proprio sui “molti mondi”. 



Le prime reazioni sono già state raccolte dalla rivista Nature. Antony Valentini, fisico teorico specializzato proprio nella meccanica dei quanti alla Clemson University della South Carolina, ha parlato di un possibile “terremoto” per l’intero mondo della fisica. David Wallace, filosofo della scienza a Oxford, sostiene che la scoperta sia il più importante risultato teorico dalla nascita della stessa fisica quantistica. Robert Spekkens del Perimeter Insitute for Theoretical Physics del Canada, sostenitore della tesi opposta, secondo cui la funzione d’onda sarebbe solo uno strumento matematico, ha definito il teorema di Pusey “corretto” e il risultato “fantastico”. Una parola davvero appropriata per descrivere lo scenario che potrebbe schiudersi. Ma a questo punto la palla torna ai fisici, che continuano a regalarci immagini di una realtà molto più strana di quanto riusciamo a immaginare.



Splendori e Miserie del Cervello



I guardiani che custodiscono gelosamente il presunto confine tra cultura umanistica e cultura scientifica con ogni probabilità non apprezzeranno questo libro, convinti che le neuroscienze abbiano poco o niente a che spartire con l’arte.

Splendori e miserie del cervello è la dimostrazione che hanno torto. Semir Zeki, neurobiologo pioniere degli studi sulla percezione visuale, si trova a suo agio in entrambi questi campi del sapere: è difficile infatti trovare un libro in grado di spaziare con tale maestria e profondità dalla citoarchitettura della corteccia cerebrale alle opere di Richard Wagner, Thomas Mann o Sigmund Freud. L’analisi degli ambiti più propriamente creativi e vitali della natura umana, sostiene Zeki, può offrire inaspettate rivelazioni sui processi mentali che permettono di produrre conoscenza e di formare idee sul mondo.

Un cambio di prospettiva inedito che smonterà molti preconcetti scientifici.

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Con gli Occhi del Cervello



Partendo dalla grande scoperta della specializzazione funzionale del cervello visuale, per cui grazie all'attività di una determinata area è possibile vedere i colori, oppure i movimenti e così via, Semir Zeki è approdato allo studio dei prodotti del cervello.

L'autore è convinto che l'attenta osservazione di arte, letteratura, musica, persino della giurisprudenza, possa farci comprendere moltissimo sui meccanismi di questo organo ancora sconosciuto.

Cos'è l'epistemologia?

Cos'è l'epistemologia?




L'epistemologia è quella branca della filosofia che si occupa delle condizioni sotto le quali si può avere conoscenza scientifica e dei metodi per raggiungere tale conoscenza, come suggerisce peraltro l'etimologia del termine, il quale deriva dall'unione delle parole greche episteme ("conoscenza certa", ossia "scienza") e logos (discorso). In un'accezione più ristretta l'epistemologia può essere identificata con la filosofia della scienza, la disciplina che si occupa dei fondamenti delle diverse discipline scientifiche.
È bene precisare che nei paesi di lingua inglese il concetto di epistemologia viene invece usato come sinonimo di gnoseologia o teoria della conoscenza, la disciplina che si occupa dello studio della conoscenza in generale.
PNL è anche una epistemologia.
L'epistemologia è la filosofia di come mentalmente struttura la nostra conoscenza di ciò che sappiamo.
La PNL codifica la struttura mentale in modo che possa essere replicato ed è per questo che la PNL è considerata come una epistemologia.

L'utilità della PNL come una epistemologia è che i codici possono essere replicati e trasferiti tra le persone.




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sabato 19 novembre 2011

Ruolo degli emisferi cerebrali

Ruolo degli emisferi cerebrali

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Le principali funzioni sono:

EMISFERO SN
- Controllo motorio e sensitivo della metà destra del corpo
- Sensazioni ed emozioni positive
- Riconoscimento degli oggetti
- Uso degli oggetti
- Comprensione di nomi e parole
- Elaborazione e comprensione dei verbi
- Elaborazione della grammatica
- Calcoli matematici
- Campo visivo dx
- Emiattenzione dx
- Stimoli sonori dall’orecchio dx
- Capacità di identificare i suoni che provengono dall’ambiente e le loro sorgenti (dopo interazione con le informazioni provenienti dall’emisfero dx).
- Riconoscimento di volti noti
- Competenza per compiti razionali, logici, di calcolo, di valutazione analitica
- Esecuzione di compiti appresi

EMISFERO DX
- Controllo motorio e sensitivo della metà sn del corpo
- Sensazioni ed emozioni negative
- Contenuto emotivo di un discorso
- Significato globale di un discorso o di uno scritto
- Tono di voce
- Campo visivo sn
- Stimoli sonori dall’orecchio sn
- Analisi di volti nuovi
- Ascolto della musica
- Informazione spaziale
- Attenzione sn e totale
- Schema corporeo
- Competenza per attività mentali di tipo artistico, musicale, spaziale, affettivo-emotivo, di valutazione globale
- Riconoscimento dell’insieme partendo da un particolare
- Riconoscimento globale di immagini e parole frammentate
- Apprendimento di nuovi compiti

L’emisfero sinistro compie analisi lineari, logiche mentre il destro ha una visione globale e connessa alla creatività.

Per creatività si intende la ricerca di nuove soluzioni e non la creazione di quadri o poesie.

Un neurochirurgo, Philip Vogel per limitare la gravità di alcune forme di epilessia praticava una "commisurectomia", separava cioè tra di loro i due emisferi attraverso il taglio del corpo calloso. In tal modo non era più possibile uno scambio di informazioni. Dopo l’operazione, si accorse che i due emisferi funzionavano in modo autonomo ed erano caratterizzati da abilità differenti:

"Nell’esperimento-tipo effettuato da Sperry, un’informazione scritta era proiettata su una parte del campo visivo connesso esclusivamente con l’emisfero sinistro o destro; utilizzando questo artificio, poiché i due emisferi erano separati, si poteva far pervenire l’informazione scritta soltanto all’emisfero sinistro o destro. Nel primo caso (informazione scritta che perviene soltanto all’emisfero sinistro) il soggetto era in grado di riferire ciò che aveva letto, in quanto i centri del linguaggio sono localizzati sull’emisfero sinistro; nel secondo caso (informazione che perviene soltanto all’emisfero destro) il soggetto "vedeva" il messaggio scritto ma non era in grado di riferire ciò che aveva osservato." (Alberto Oliverio, Esplorare la mente, p. 45)

Ciò vuol dire che il campo visivo di destra si connette all’emisfero sinistro del cervello e viceversa. Questo principio vale anche per il controllo del corpo, perché ogni emisfero controlla la parte controlaterale (opposta) del corpo:

"Concludendo un’indagine su di un paziente operato di commisurotomia, Gerschwind constatò che era in grado di nominare correttamente un oggetto (per esempio forbici, cucchiaio, fermaglio) se glielo si dava da toccare – senza che lo potesse vedere – con la mano destra (corrispondente all’emisfero sinistro), mentre si sbagliava nel nominare un oggetto se lo poteva toccare solo con la mano sinistra (dunque prevalentemente legata all’emisfero destro). Risultava però che egli, malgrado la denominazione errata, aveva riconosciuto esattamente l’oggetto, poiché in primo luogo lo maneggiava correttamente, in secondo luogo, se richiesto, riusciva a sceglierlo [...] era persino in grado di disegnarlo con la mano sisintra." (Paul Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli, 1997 Milano, p. 36)

Ciò che vale per il senso della vista e per il tatto vale anche per altri sensi come l’odorato e l’udito:

"Se delle percezioni olfattive vengono portate all’emisfero non dominante attraverso la narice sinistra, la persona esaminata non è in grado di nominarle, spesso però può indicare se si tratta di odori gradevoli o sgradevoli. Può perfino sbuffare, reagire ad un odore particolarmente ripugnante con manifestazioni i disgusto o con esclamazioni come "puah!", ma non è in grado di indicare se si tratti di aglio, formaggio o marciume." (Paul Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli, 1997 Milano, p. 38)

A questo proposito gli studi sul ciclo nasale possono dare ulteriori contributi:

Durante l’arco del giorno si verificano spontaneamente delle alterazioni nelle mucose nasali che si chiudono e si aprono alternativamente. Queste alterazioni coinciderebbero con i cicli ultradiani di attività e riposo ossia col predominio del simpatico e del parasimpatico (narice destra: dominio del simpatico - emisfero sinistro; narice sinistra: dominio del parasimpatico - emisfero destro).

Dinamica controlaterale

Ricerche scientifiche come quelle di Werntz (1981) fanno intendere che esista un rapporto diretto tra l’attività degli emisferi cerebrali e il ritmo ultradiano del ciclo nasale. Si presume inoltre che tale ciclo nasale sia influenzato dall’ipotalamo ma che sia altresì possibile alterare volontariamene (così come insegna lo yoga) la narice dominante in un dato momento e di riflesso anche l’emisfero dominante.

Anche per quanto riguarda il linguaggio è stato verificato che danni a certe aree del lobo temporale sinistro possono condurre all’afasia mentre danni al lobo temporale destro compromettono altre capacità come le capacità spaziali.

Pazienti che hanno subito una lesione all’emisfero destro hanno una voce "monotona e inespressiva, dato che non riescono a percepire il tono di una frase (affermativa o interrogativa), né a ripetere tale frase cambiando intonazione." (Francesco Belli, Felix Sagrillo, Qual’è Takete? Qual’è Maluma?. Le straordinarie potenzialità persuasive di una nuova disciplina: la psicolinguistica applicata alla comunicazione, Franco Angeli, 2000 Milano, p. 43)


Ricapitolando. 


L’emisfero sinistro è coinvolto prevalentemente nell’elaborazione del linguaggio parlato e scritto e in altre attività logico-analitiche quali il contare, il fare i calcoli e la comunicazione digitale; mentre l’emisfero destro ha un linguaggio arcaico e poco sviluppato.

La peculiarità che caratterizza l’emisfero destro è l’olismo, il riconoscimento di una totalità a partire da un dettaglio essenziale. Così è sopratutto grazie all’emisfero destro che siamo in grado di riconoscere una persona solo da un piccolo particolare significativo, oppure di riconoscere una sinfonia da una sola battuta o di evocare emozioni e immagini da un canzone o da una particolare sensazione olfattiva. Si potrebbe rissumere che l’emisfero destro opera prevalentemente per metafora e metonimia.

Da quanto detto si può comprendere che non esiste un emisfero dominante in assoluto poiché è l’informazione ricevuta che attiverà in maggiore o minore misura l’emisfero di competenza. Ciò non vuol dire che gli emisferi si escludano a vicenda poiché normalmente sono integrati grazie al corpo calloso che permette loro di inviarsi informazioni.

Se vogliamo comunicare prevalentemente all’emisfero destro occorre che parliamo la sua stessa lingua. Lo sforzo nell’apprendere la sintassi e le forme linguistiche dell’emisfero destro saranno ben ripagate perché la persuasione non è fatta solo di razionalità e sillogismi ma anche di emotività.

Tra l’altro si presume che la mappa del mondo ovvero la sintesi delle proprie esperienze e delle interpretazioni e convinzioni che ne derivano sia pertinenza dell’emisfero destro. Un procedimento terapeutico più efficace e veloce dell’interpretazione psicoanalitica – che tende a ridurre e tradurre il pensiero dell’emisfero destro nell’insight cognitivo dell’emisfero sinistro – potrebbe essere quello di utilizzare il linguaggio dell’emisfero destro come via maestra per il cambiamento terapeutico.



Dissociazione


Durante gli esperimenti su soggetti split-brain si possono verificare diversi fenomeni di dissociazione, come se esistessero due flussi di coscienza separati l’uno dall’altro:

"Vi si vede un paziente reduce da una commissurotomia, il quale con la mano sinistra (dunque collegata all’emisfero destro) mette insieme con rapidità e sicurezza dei dadi di legno colorato secondo un modello. La persona che conduce il test rimescola poi i blocchi e chiede al paziente di ricomporli usando ora la mano destra.

Il paziente lavora lentamente e con evidente sforzo. A un certo punto del film si vede come, nel tentativo di sistemare un angolo del mosaico, egli rimescola di nuovo i dadi, benché fossero già al posto giusto, e come poi improvvisamente la mano sinistra si introduce a correggere e mette velocemente i dadi nell’ordine corretto [...]

In un’altra parte del film di Sperry una paziente con commissurotomia viene esaminata con tachistoscopio. In mezzo a una serie di figure neutrali, geometriche, che vengono mostrate indifferentemente alla metà destra o sinistra della retina, riferisce Galin, vi è la fotografia di un nudo, che viene proiettato solo nella metà sinistra del campo visivo, e diviene in questo modo percepibile solo dall’emisfero destro. La paziente arrossice e ridacchia. Sperry chieda: "Che cosa ha visto?", "Niente un lampo di luce" (Paul Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli, 1997 Milano, pp. 36-37)

Ci sono altri fenomeni di dissociazione molto interessanti come la "memoria senza ricordo", che sono stati studiati da Lawrence Weiskrantz: a un gruppo di pazienti amnesici viene fatta studiare una lista di parole comuni come tavolo, giardino, automobile, etc.

Dopo alcuni minuti viene mostrata una nuova lista con dentro queste parole insieme a parole nuove. I pazienti amnesici a differenza di quelli normali non riconoscono le parole lette precedentemente.

In seguito vengono sottoposti a un test facilitato dove occorre riconoscere le parole della prima lista in base a un indizio, le prime tre lettere: gia... aut...

Questa volta i pazienti riescono a completare le parole già lette con risultati maggiori di quelle che non erano state viste in precedenza. Sembra perciò che ci sia una sorta di memoria inconscia o "memoria senza ricordo" (Michael Gazzaniga, La mente inventata, Guerini e Associati, 1999, Milano, pp. 12-13).

Un altro fenomeno di dissociazione è la "visione cieca". Ci sono persone a cui viene a mancare una parte dell’informazione visiva in seguito a lesioni nervose: "Perciò, se si utilizza come stimolo una luce puntiforme; un paziente lo riconosce soltanto quando esso viene trasmesso alle parti sane della corteccia occipitale, mentre non è in grado di riconoscerlo quando esso coincide con la sede della lesione. Tuttavia se lo sperimentatore chiede al paziente di provare a indovinare la localizzazione dello stimolo visivo, questi non sbaglia mai: dal punto di vista dei meccanismi consci è cieco, cioè non si rende conto della presenza e della posizione del punto luminoso, mentre dal punto di vista inconscio è in grado di percepirlo e quindi di rispondere." (Michael Gazzaniga, La mente inventata, Guerini e Associati, 1999, Milano, p. 13)

Cliccate sull'immagine lezione video  Il cervello creativo - Alberto Oliverio 48 minuti

Doppia induzione 

Un altro esperimento che ci conduce direttamente alla comprensione di una tecnica di induzione ipnotica è quello condotto da due psicologi, J.R. Lackner e M. Garrett (1972).

A un gruppo di persone, che attraverso delle cuffie ricevevano delle informazioni due messaggi diversi, si chiedeva di fare attenzione solo al messaggio che arrivava all’orecchio destro o sinistro.

I partecipanti di solito riferivano di non riuscire a riportare il messaggio ricevuto sul canale trascurato, riuscivano solo a dire se la voce era maschile o femminile e se parlava la stessa loro lingua oppure no. Ma a quanto pare questo messaggio produceva ugualmente i suoi effetti. Se per esempio si inviavano dei messaggi ambigui al canale a cui stavano prestando attenzione, ad esempio: "Egli levò la lanterna per segnalare l’attacco" (levò può significare sia togliere che alzare in aria) e al canale trascurato si inviava un messaggio in grado di sciogliere l’ambiguità: "Egli alzò la lanterna", le persone che lo ricevevano non erano in grado di riferire il significato della frase udita tramite il canale trascurato ma erano in grado di sciogliere l’ambiguità del messaggio udito tramite il canale cui prestavano attenzione. ciò sembra indicare che frasi dotate di un significato linguistico possono essere comprese inconsciamente (Alberto Oliverio, Esplorare la mente, p. 129)


La doppia induzione proposta da Bandler e da Grinder si basa sui concetti finora esposti, cioè sulla specializzazione emisferica e sulla dissociazione. Poiché anche le nostre orecchie comunicano le loro percezioni all’emisfero opposto è possibile indurre una trance comunicando simultaneamente due messaggi uno per l’orecchio destro e quindi per l’emisfero sinistro e uno per l’orecchio sinistro e quindi per l’emisfero destro secondo i linguaggio proprio a ogni emisfero.

La persona che comunica all’emisfero cerebrale dominante userà le forme sintatticamente più complesse, contemporanemente, l’altra persona comunicherà all’orecchio controlaterale con forme linguistiche semplici e tipiche dei bambini giunti allo stadio di sviluppo in cui usano espressioni formate da due parole: "ora dormi, dormi ora...."


Così se da una parte sovraccarichiamo l’emisfero dominate dall’altra accediamo direttamente e con più facilità all’emisfero non dominante con un linguaggio tipico della grammatica infantile.

Erickson usava questo principio per indurre una trance senza bisogno di avere un altro ipnotista e ciò veniva realizzato tramite la tecnica della sottolineatura analogica:

Presentava all’emisfero dominante una serie di costruzioni sintattiche spesso complesse o noiose mentre inviava contemporaneamente una serie di messaggi incastrati e sottolineati in modo non verbale (analogicamente) ai quali il cliente rispondeva con processi al di fuori dei confini normali della coscienza:

..realize that you have to start from scratch and nobody really knows

Qui troviamo oltre alla sottolineatura analogica anche un’abiguità fonologica scratch knows equivale fonologicamente a scratch nose (grattati il naso).



Induzione per blocco e sovraccarico dell’emisfero dominante

In una giornata di vento [...] un uomo sbucò precipitosamente da dietro l’angolo di un edificio e venne a sbattermi addosso mentre stavo lottando con tutte le mie forze contro il vento. Prima che l’uomo potesse riacquistare l’equilibrio e parlarmi, diedi un’occhiata all’orologio con un gesto molto teatrale e gli dissi, con cortesia, come se avesse chiesto che ora fosse: "Mancano esattamente dieci minuti alle due", sebbene in realtà fossero quasi le 4 del pomeriggio, poi continuai per la mia strada. Dopo circa mezzo isolato mi voltai e vidi che ancora mi guardava, senza dubbio ancora perplesso e sconcertato per quello che mi aveva detto. (Paul Watzlawick, John H. Weakland, Richard Fisch,Change, Astrolabio, 1974 Roma, p. 109)

La tecnica della doppia induzione ha come scopo la produzione di una dissociazione tramite l’invio di due messaggi, uno per l’emisfero dominante e uno per l’emisfero non dominante usando il linguaggio proprio per ciascun emisfero.

Se normalmente le due funzione degli emisferi raggiungono un altro grado di integrazione sembra che queste tecniche e l’ipnosi più in generale siano capaci di produrre una dissociazione facendo entrare in azione l’emisfero destro del cervello deputato alla fantasia e alla creatività. Tale risultato può essere raggiunto mediante tecniche "dolci" come il ricalco e guida o altrimenti tramite il blocco dell’emisfero dominante per confusione o sovraccarico inducendo così una sorta di commisurotomia funzionale. Ciò può essere realizzato tramite comunicazioni paradossali e doppi legami.

Nel caso dei doppi legami, l’incongruenza tra codice analogico e digitale comporta la costruzione di due immagini del mondo assolutamente inconciliabili. Se è di importanza vitale per la persona sciogliere l’incongruenza, può succedere che le due metà del cervello – nella loro lotta per l’efferenza – si paralizzino reciprocamente producendo una dissociazione o commisurotomia funzionale. (Paul Watzlawick, Il linguaggio del cambiamento, Feltrinelli, 1997 Milano, p. 43)

Una tecnica di sovraccarico è anche l’incongruenza tra la comunicazione verbale non verbale, oppure il sovraccarico su tutti i sistemi rappresentazionali, per esempio: "Ora vorrei che cominciassi a contare a voce alta e a rovescio, a partire da duecento e per gruppi di tre. E intanto io ti metterò le mani sulle spalle e ti farò girare in tondo." In tal modo tutti i sistemi rappresentazionali sono occupati: il visivo per visualizare i numeri, l’uditivo per parlare e il cenestesico tramite il disorientamento. Le suggestioni impartite arrivano direttamente all’inconscio perché l’attenzione cosciente è già completamente focalizzata sul compito, e la persona reagirà automaticamente a tali suggestioni a patto che vengano impartite nel momento opportuno cioè quando si interrompe l’attività pianificatrice: è come se la persona dicesse "Va bene, dimmi cosa devo fare!"

Tale risultato è raggiunto anche con tecniche confusive come l’induzione fulcro o l’interruzione di schema.

Una tecnica più blanda di sovraccarico dell’emisfero dominante è la cumulazione di realtà che però può essere potenziata tramite l’utilizzo di un linguaggio particolarmente difficile e oscuro, la sottolineatura per analogia e l’interruzione di schema cioè attraverso un comportamento strano, eccessivo o inaccettabile che viene compiuto come se niente fosse. Si potrebbe, per esempio, profferire una serie di banalità o frasi oscure con perfetta serietà in mezzo alle quali sono disseminate qua e là le suggestioni che risultano essere le uniche cose sensate a cui la persona si può aggrappare.

Si può anche utilizzare un linguaggio particolarmente noioso che funziona un po’ come il pendolino o la luce dell’ipnosi classica, disseminando qua e là concetti relativi al sonno.

Nell’ipnosi dinamica il blocco dell’emisfero dominante e la comunicazione diretta all’emisfero non dominante sono raggiunte con tecniche di sovraccarico emotivo piuttosto che cognitivo.


Si può presumere che le tecniche di induzione complessa e di ipnosi non verbale possono essere ben integrate insieme, quando invece si passa all’induzione verbale il modello migliore è il Milton model elabarato da Bandler e da Grinder.

Studiosi italiani precisano il ruolo dell'emisfero destro nel farci percepire le forme nel loro insieme


Se il cervello nasconde le figure

Può cogliere tutti i particolari non l'insieme dell'immagine. Ruoli integrati dei due emisferi

Nell'ormai lontano 1864 il neurologo francese Paul Broca si rese conto, per la prima volta, che parliamo e comprendiamo il significato delle parole grazie all'emisfero sinistro: nella maggior parte delle persone i centri del linguaggio sono infatti localizzati a sinistra cosicché i danni che colpiscono questo emisfero comportano la perdita della capacità di articolare o comprendere la parola, parlata o scritta che sia.

In seguito agli studi di Broca e del suo collega tedesco Carl Wernicke l'emisfero sinistro è stato quindi definito "dominante" in quanto esso sarebbe al centro di una delle più importanti attività della mente umana, il linguaggio appunto.

E l'emisfero di destra? Per lunghi anni la metà destra del nostro cervello è stata, se non disprezzata, considerata come un'entità di second'ordine, meno nobile, evoluta e importante di quella sinistra che non è soltanto responsabile delle attività linguistiche ma anche di ogni forma di logica consequenziale, basata sull'analisi passo-passo della realtà, sul ragionamento di tipo matematico e via dicendo.

L'emisfero destro, invece, è coinvolto in attività non-linguistiche, ad esempio nella vita emotiva, come indicano le osservazioni effettuate sulle persone in cui i due emisferi sono separati a causa di una lesione del corpo calloso, il ponte di fibre nervose che connettono le due metà del cervello consentendo loro di scambiarsi informazioni cosicché, normalmente, la metà destra sa cosa avviene in quella sinistra e viceversa.

A una di queste persone il cui cervello era stato "diviso" a causa della lesione del corpo calloso venne presentata, con una particolare strategia che faceva in modo che fosse analizzata soltanto dall'emisfero destro, l'immagine provocante di un nudo:

la persona disse di non aver visto nulla in quanto il centro del linguaggio, situato a sinistra, non aveva ricevuto nessuna informazione sull'immagine erotica "letta" dall'emisfero destro, eppure, malgrado l'impossibilità di definire linguisticamente e di essere conscio dell'immagine osservata, arrossì visibilmente, segno che l'emisfero destro aveva analizzato l'immagine e comunicato i suoi turbamenti ai centri neuro-vegetativi che dilatano i capillari sanguigni della faccia facendoci così arrossire.

L'emisfero, quindi, "non parla", non è caratterizzato dalla logica stringente che fa sì che l'emisfero di sinistra possa venire paragonato a un computer, eppure è in grado di analizzare la realtà nel suo insieme, come indica il caso appena descritto e come dimostra una crescente massa di informazioni scientifiche che ne rivaluta il ruolo e dimostrano che se la nostra mente dipendesse soltanto dall'emisfero "dominante" si troverebbe a malpartito nel mondo in cui viviamo.

L'emisfero destro, anzitutto, ha un ruolo fondamentale nel riconoscere le facce e la mimica del viso ed è poi responsabile dell'intonazione della voce e della ca pacità di essere coinvolti dalla musica: ma soprattutto ha la capacità di cogliere i messaggi visivi nel loro insieme e di tener conto delle loro valenze emotive.

Se la metà destra del cervello mancasse all'appello saremmo inchiodati dalla logica di quella sinistra, rigorosa ma priva di visioni d'insieme. Questa importante capacità dell'emisfero destro era già nota ma è emersa molto chiaramente grazie ai risultati di una recente ricerca svolta nell'istituto S. Lucia di Roma— e pubblicata dalla rivista Nature — in cui due neuropsicologi, Fabrizio Doricchi e Chiara Incoccia, hanno studiato come si comporta l'emisfero sinistro quando l'emisfero destro è in uno stato di "eclissi" a causa di una lesione indotta da un ictus.

Gli studiosi del S. Lucia, dove numerosi neuroscienziati svolgono ricerca di base, hanno mostrato a una persona colpita da una lesione dell'emisfero destro un grande cerchio formato da tanti, piccoli cerchietti: l'emisfero di sinistra non è stato in grado dì percepire il disegno nella sua globalità e di riferire cosa aveva visto, anche se la persona era in grado di individuare, e a richiesta di cancellare uno ad uno tutti i cerchietti.

Non si trattava quindi di un caso di cecità "centrale", cioè dell'incapacità di concepire il messaggio visivo, ma di incomprensione delta sua struttura globale: il grande cerchio veniva "esplorato" nei suoi dettagli con la logica puntigliosa dell'emisfero sinistro ma, in mancanza dell'emisfero destro, questa passione per i dettagli si dimostrava una specie di trappola in quanto mancava la percezione globale del messaggio, cioè la visione d'insieme. La prova ulteriore dei limiti dell'emisfero sinistro è stata quando al paziente veniva mostrata una grande lettera "H" disegnata da tante piccole "S":la persona colpita dal danno della metà destra percepiva soltanto le piccole lettere "S", non il messaggio globale, la lettera "H".

I risultati del test indicano che il ruolo dell'emisfero destro è tuttaltro che secondario, e non solo nella percezione d'insieme dei messaggi visivi. Numerose forme di comunicazione si basano su una comprensione globale del messaggio e sulle sue valenze emotive: i danni dell'emisfero destro possono riflettersi negativamente sull'espressione linguistica in quanto vengono a mancare l'intonazione e l'enfasi della voce, che diventa piatta e priva di espressione come se fosse sintetizzata dal computer, e si può verificare una riduzione della comprensione globale di un testo scritto o parlato che viene percepito a piccoli blocchi e non nell'insieme.

Insomma, è sempre più evidente che nell'analisi della realtà visiva, nella comprensione ed espressione linguistica, nella composizione e ascolto della musica, nell'interpretazione delle espressioni facciali, nella decifrazione delle emozioni, abbiamo bisogno di competenze sia selettive che globali, della logica passo-passo, tipica dell'emisfero sinistro, e di quella d'insieme del destro: poiché il peso e il ruolo di ognuno dei due emisferi è variabile da individuo a individuo è probabile che queste differenze possano essere la base dei diversi tipi di personalità per cui alcuni di noi sono più analitici e settoriali e altri più portati a visioni d'insieme e a cogliere il significato globale della realtà. Essere razionali o intuitivi può dipendere, quindi, dal "peso" esercitato dall'uno o dall'altro emisfero.


Test emisfero dominante

http://digilander.libero.it/bonipozzi/Test%20Quale%20emisfero%20usi.htm

Sincronizzazione emisferi

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Solitamente gli emisferi destro e sinistro generano segnali che sono sovente indipendenti gli uni dagli altri, e la sincronizzazione emisferica è una condizione insolita, in cui l'attività elettrica del cervello è equilibrata. Questo fenomeno è reso possibile dalla propensione del cervello a rispondere a frequenze diverse. Sappiamo da diversi decenni che i due
emisferi cerebrali hanno la facoltà di operare delle sottrazioni: così, quando un segnale sonoro (un'onda sinusoidale) di una particolare frequenza viene inviato ad un orecchio ed un segnale di frequenza leggermente diversa è inviato all'altro, le due metà del
cervello devono agire all'unisono per "sentire" un terzo segnale, che è la differenza T2. Se si emette, ad esempio, un segnale di 440 hertz
nell'orecchio destro, che corrisponde all'emisfero sinistro, ed un segnale di 445 hertz nell'orecchio sinistro, che corrisponde all'emisfero destro, la differenza sarà di 5 hertz, vale a dire una
frequenza Theta. Se la differenza tra queste due frequenze rientra nella gamma di risposte elettriche del cervello, esso entra in risonanza con questo segnale ed aumenta la sua intensità elettrica fino a raggiungere quella frequenza. Un simile comportamento viene
chiamato "frequenza di risposta" (Frequency Following Response, FFR).

Sembra che vi sia un'integrazione dei due emisferi cerebrali dovuta a questa sincronizzazione.
Vi è come una sensazione di integrazione globale del cervello. E' come se, essendo meno coscienti mentalmente, di divenisse più coscienti su un altro piano, "funzionando" in modo più intuitivo. Le persone che fossero in grado di imparare a sincronizzare le loro onde cerebrali, aumenterebbero enormemente il
potenziale del proprio cervello, non solamente per ciò che riguarda il proprio sviluppo ed apprendimento, ma anche per diventare ricettivi ad altri livelli di coscienza. Così queste persone imparerebbero a passare da un lato all'altro dello specchio. imparare a dominare le onde Theta, permetta di arrivare alla generazione di onde Delta accoppiate alle rapidissime onde Gamma, la porta di accesso agli stati di visione.

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Per approfondire:
QUESTA SETTIMANA VI SEGNALO DUE LIBRI AFFASCINANTI


Splendori e Miserie del Cervello



I guardiani che custodiscono gelosamente il presunto confine tra cultura umanistica e cultura scientifica con ogni probabilità non apprezzeranno questo libro, convinti che le neuroscienze abbiano poco o niente a che spartire con l’arte.

Splendori e miserie del cervello è la dimostrazione che hanno torto. Semir Zeki, neurobiologo pioniere degli studi sulla percezione visuale, si trova a suo agio in entrambi questi campi del sapere: è difficile infatti trovare un libro in grado di spaziare con tale maestria e profondità dalla citoarchitettura della corteccia cerebrale alle opere di Richard Wagner, Thomas Mann o Sigmund Freud. L’analisi degli ambiti più propriamente creativi e vitali della natura umana, sostiene Zeki, può offrire inaspettate rivelazioni sui processi mentali che permettono di produrre conoscenza e di formare idee sul mondo.

Un cambio di prospettiva inedito che smonterà molti preconcetti scientifici.

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Partendo dalla grande scoperta della specializzazione funzionale del cervello visuale, per cui grazie all'attività di una determinata area è possibile vedere i colori, oppure i movimenti e così via, Semir Zeki è approdato allo studio dei prodotti del cervello.

L'autore è convinto che l'attenta osservazione di arte, letteratura, musica, persino della giurisprudenza, possa farci comprendere moltissimo sui meccanismi di questo organo ancora sconosciuto.